Anche qua sopra, anche in questo mio angolo di Internet di cui persino io mi ero dimenticato l’esistenza, l’ultimo post è datato 7 ottobre 2007, quando ancora eri un’icona su msn, una ragazza come tante altre a cui ogni giorno dedicavo sempre un po’ più di tempo, una persona conosciuta per sentito dire, una presenza che poco a poco, quasi impercettibilmente, diventava sempre più fissa, di certo non il primo dei miei pensieri di liceale le cui giornate erano finalmente così piene. Sembrava tutto nuovo: gli amici, la scuola, le uscite… e poi c’eri tu, quella che è entrata per sbaglio nella mia vita in una sera di inizio autunno e non ne è più uscita, se non dopo averla fatta esplodere dall’interno. Eva. Un nome una vertigine, un nome e mille scene che il tempo ha già coperto di polvere, migliaia di perché irrisolti. Ho ancora i ricordi indelebili delle nostre prime conversazioni, del primo incontro, della prima uscita insieme, interrotta come nelle migliori storie di poveri amanti. Sembra ieri, era ieri quando ci piacevamo così tanto da stare ore e ore a parlare delle cose più marginali, delle nostre vite così precarie e difficili, dei nostri sogni, semplicemente di noi due.
E’ un nome bellissimo, il tuo. Chissà che fosse anche per quello che ho deciso di sceglierti, mese dopo mese e senza accorgermene ti ho messo in mano il coltello con cui hai deciso di pugnalarmi così tante, troppe volte.
Sono stato un vero gigantesco ed imperdonabile cretino, ma ti ho amata nel senso più semplice del termine. Non esistono parole per descrivere quello che ho provato, quello che ancora ieri - e non ci voglio credere - mi ha portato ad un gesto incredibile come quello. Non importava quante cose facessi per allontanarmi da te, quanto mi indisponessi col tuo modo di fare un po’ presente un po’ menefreghista, con quante persone riuscissi a tradirmi: io per te c’ero sempre, ed ero troppo “pieno” della mia scoperta così speciale, poi addirittura assuefatto da un sentimento incapace da contenere, per accorgermene e sforzarmi di reagire come avrei dovuto.
Con te ieri ho perso tutto; ho perso il ricordo di questi mesi passati al buio di una stanza di periferia a battere su una tastiera, custode di parole troppo pesanti per essere davvero sincere, ho smarrito il senso di quelle lacrime che tante volte hai saputo farmi versare e quei sorrisi che mi hai strappato nel più triste dei momenti. Ho deciso di dimenticare quanto abbiamo saputo essere felici e nel nostro piccolo perfetti, nell’imperfezione cronica di un rapporto magico nato per uno dei tuoi tanti capricci da bambina.
Un rapporto strano, inedito, a cui ho fatto l’incommensurabile errore di credere fin dall’inizio: mi piacevi. Mi piaceva il tuo porti in quella maniera un po’ lasciva e vivace, quella spontaneità a tratti scomoda, il tuo essere così egoista dal di fuori ma del tutto fragile se conosciuta approfonditamente; adoravo quando mi raccontavi dei tuoi piccoli grandi problemi di tutti i giorni. Passavano le settimane ed all’improvviso, inaspettatamente, mi ritrovavo a non vedere l’ora che venisse sera per parlare con Eva. Non vedevo più altro ormai, era come una malattia che volta dopo volta si portava via qualcosa di me.
E tu questo l’hai capito, e ogniqualvolta hai voluto l’hai saputo sfruttare nel più crudele ed insensibile dei modi. Sapevi che ci eravamo spinti troppo in là, mi conoscevi già abbastanza per inquadrarmi nella tipologia di persona per la quale dire addio è più difficile di ogni altra cosa. Da un certo punto di vista sei anche stata furba, e probabilmente questo è ciò che diresti e dirai, un giorno.
Hai sbagliato ripetutamente, anche se non ammetterai mai di averlo fatto, hai voluto (tu e soltanto tu) che la nostra relazione funzionasse come un interruttore, a scatti, on e off. E solo tu decidevi la durata di ogni scatto, in base al tuo umore, in base ai tuoi capricci, in base al tuo egoismo imperante che di volta in volta ti rendeva convinta di poter fare tutto ciò che ti andava di fare. Non importava come. Non importava a discapito di chi. Non importava nemmeno se dopo aver compromesso un rapporto con la tua immatura sfacciataggine facevi regolarmente a pugni con la tua coscienza per il rimorso, finendo poi per supplicare il povero illuso di turno, quello che provava a cambiarti, perdonarti, accettare anche questi comportamenti. Nessuno ha mai capito come sei veramente più di me ora, fidati.
Ci pensavo su quel maledetto treno, ieri, dopo il gesto più folle e stupido e lesivo della mia cazzo di dignità che abbia mai fatto in questi pochi anni volati via all’ombra di un sogno che non diventava mai realtà: pur facendo mille scongiuri affinchè non succedesse (ricordi? sembra passato un secolo) mi sono legato a te nel più inspiegabile dei modi, di un affetto così sincero da commuovermi al solo ricordo. Ma - e qui le parole che non sono mai riuscito a dirti - tu non mi meriti, non hai mai meritato una persona disposta a capirti e consolarti. E’ vero, pensaci. Ora non serve dire che non c’è più niente fra noi, è bastato quel doppio “ciao” in stazione, in mezzo a tutta quella gente, a cancellare ogni vana speranza. Puoi ammetterlo, non cambierà nulla. Puoi riconoscere i tuoi errori, girare pagina e guardare al futuro, adesso. Ora almeno c’è una fine con tanto di saluto, sempre immotivata ma se non altro definitiva. Era ora, forse.
Sappi solo che ti ho amata tanto, purtroppo. E non c’è stata mattina che non mi svegliassi pensando a Te, fino a ieri. Ancora mi tocca chiedermi il perchè, Eva. Doppiamente difficile perché di spiegazioni non ce ne sono, è stato quel che è stato e non posso far altro che cercare di migliorarmi per non sbagliare di nuovo così tanto, per non credere in una storia tanto bella quanto falsa. Esattamente come te.
Buona vita, dopotutto mi mancherai.
Grazie per avermi fatto crescere a modo tuo,
Davide